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27 Gennaio “Giornata Mondiale della Memoria” – Il pensiero del socio scrittore Carmine Scavello

Fare lo sforzo di leggere questa lettera è come onorare la memoria di tanti innocenti, che hanno avuto il solo torto di essere venuti al mondo nel momento e nel posto sbagliati. Non bisogna mai dimenticare che gli altri siamo noi!

 Giornata Mondiale della Memoria.

Per dovere di cronaca, la data del 27 gennaio di ogni anno – giorno della liberazione dei prigionieri dai lager di prigionia della seconda guerra mondiale – è stata proclamata dalle Nazioni Unite come la Giornata Mondiale della Memoria in modo universale e perenne, perché gli uomini non dimentichino gli orrori di quei campi di sterminio in conseguenza della guerra che si stava combattendo in Europa e nel resto del mondo.

     Per scrivere qualcosa in merito – che colpisse – su questa Giornata Mondiale della Memoria, che non deve passare in secondo ordine, ho pensato di dedicarle uno spezzone del capitolo dedicato al mio personale commento della canzone “AUSCHWITZ” di Francesco Guccini. Suddetto capitolo l’ho voluto fermamente inserire nel mio settimo libro dal titolo “Canti Canzoni Cantanti” insieme a tanti altri brani musicali di successo che fanno parte della colonna sonora della vita di ognuno di noi.

    Guccini ha inteso il testo del brano musicale, al di là del successo discografico, come mezzo di denuncia del dramma umano dell’olocausto. Egli ha composto e cantato la storia terrificante e simbolica di un bambino sconosciuto che è morto bruciato nei forni crematori del campo di sterminio nazista di Auschwitz. 

     La sua storia è raccontata a simbolo di altri milioni di vittime dell’orrore che hanno subito la stessa fine in quell’inferno terreno. Guccini allarga, poi, la denuncia a ogni guerra che si combatte nel mondo. All’epoca della composizione dei versi si stava combattendo la guerra del Vietnam, così il suo pensiero fu rivolto anche al dramma di quel conflitto e alle sofferenze di quel popolo. 

    L’autore della canzone si chiede: Come può l’uomo uccidere un suo fratello! Eppure, siamo a milioni in polvere qui nel vento! Questa è la strofa della canzone che fa più senso. In essa è concentrato lo sterminio di numerosi innocenti nel campo di Auschwitz. Le vittime designate di quel massacro avevano il solo torto di appartenere a una diversa etnia, considerata a torto una razza inferiore; quindi c’era l’ordine di sopprimerle per non contaminare la loro razza ariana considerata di livello superiore.  

     Il cantante si mette nei panni della gente comune e si domanda come l’uomo sia caduto così in basso per arrivare a compiere il male in quel modo orribile e inumano. Chi ha dato ai carnefici l’ordine di togliere la libertà e la vita a esseri simili e diversi solo per stirpe e per luogo di nascita ha commesso un crimine contro l’umanità. La vita non appartiene agli uomini; è stata data a loro come dono dal Cielo per viverla e non per essere sacrificata per fini distruttivi in nome di un diritto che nessuno ha concesso ai loro giustizieri. Chi sopprime una vita umana per la legge di Dio e degli uomini è considerato un assassino e come tale va punito e ripudiato.

     In quel luogo freddo e inospitale – per il gelo e la neve e funesto per la crudeltà che si respirava – era ammassata una moltitudine di prigionieri in attesa dell’esecuzione finale. Eppure, in quella grande prigione super controllata era presente uno strano e inquietante silenzio, che sapeva di rassegnazione e di perdita di ogni speranza. Intanto, il fumo dei forni crematori, saliva in cielo attraverso i camini e si disperdeva nel vento per dissolvere nell’aria il dolore e l’odore acre di morte di tanti poveri e innocenti esseri umani di tutte le età e di differenti estrazioni sociali.  

    Quei carcerieri erano uomini bruti che si comportavano come bestie assetate di sangue; il loro uso della ragione era irrazionale e violento; non conoscevano la pietà umana. Io come ascoltatore del brano potrei pensare che tanti sorveglianti fossero stati costretti a ubbidire a degli ordini precisi, impartiti dall’alto, che non lasciassero spazio al perdono e alla compassione. Forse si sentivano a posto con la propria coscienza in quanto eseguivano ordini precisi e indiscutibili a cui non potevano disubbidire, pena complicità e insubordinazione, ed erano severamente puniti.

     Alla fine, Guccini ci lascia la speranza che l’uomo si possa ravvedere e imparare la lezione che si può e si deve vivere senza ammazzare. Lo fa con un invito diretto e forte perché vorrebbe porre fiducia nell’umanità e nell’altruismo affinché nasca un mondo migliore nel quale l’uomo non abbia più sete di sangue e si decida a rispettare il prossimo come se stesso con tutte le sue diversità. 

     L’artista aspetta che quel vento finalmente non soffi folate cariche di odio e di morte; le immaginava pesanti e irrespirabili a causa di tutti quei morti. La bestia umana non si era fermata nemmeno davanti l’innocenza di un bambino. Forse, quel vento finalmente si poserà e non porterà più nell’aria quell’odore macabro e terrificante. Ad AUSCHWITZ tante persone, ma un solo grande silenzio!

Buona vita dall’autore Carmine Scavello